Gli investitori obbligazionari hanno recentemente conquistato il centro della scena, riproponendo un copione che per lungo tempo ha caratterizzato i fondi comuni tradizionali nel mercato italiano. A gennaio, i gestori di questi strumenti hanno visto un afflusso totale di 121,6 milioni di euro, grazie soprattutto ai 196 milioni raccolti dai Pir legati ai bond. Questi risultati hanno più che compensato le perdite registrate dagli azionari (-25 milioni), dai bilanciati (-8,2 milioni) e dai flessibili (-40 milioni).
La categoria dei piani di risparmio obbligazionari è rimasta in secondo piano per anni, con una gamma di prodotti piuttosto limitata. Tuttavia, di recente, lo scenario è cambiato. Nell’ultimo anno, i Pir che investono in obbligazioni sono stati riscoperti dalle Sgr, che hanno iniziato a proporli con maggiore frequenza e determinazione. Una scelta che, evidentemente, sta dando i suoi frutti.
eurizon è stata la pioniera di questa tendenza, seguita da vicino da Mediolanum e Amundi, i leader del mercato. Alcuni dati: la Sgr del gruppo Intesa Sanpaolo ha incassato 99,5 milioni a gennaio (90 milioni con il prodotto Edizione 9, l’ultimo arrivato); la società guidata da Massimo Doris ha raccolto 26,3 milioni (61,6 milioni attraverso due dei quattro obbligazionari della sua gamma) e Amundi, con i 42 milioni raccolti grazie alla nuova proposta Accumulazione Italia Pir 2030, ha chiuso il mese con un saldo positivo di 12 milioni.
La combinazione di esenzione fiscale e investimento più sicuro è la carta che i gestori (e soprattutto i distributori) hanno deciso di giocare per dare nuova vita a questi strumenti, riportando in auge un settore che sembrava destinato all’estinzione. L’idea di indirizzare i flussi di risparmio privato verso l’economia reale tramite l’investimento azionario ha perso efficacia quando, trascorsi i cinque anni per usufruire del vantaggio fiscale, gli investitori hanno deciso di chiudere le posizioni, portando a casa performance nette a due cifre. Ora, molti di questi investitori potrebbero aver scelto di riallocare il capitale su prodotti meno rischiosi, che, pur offrendo un rendimento minore, sono esenti dall’imposizione fiscale del 26% sul capital gain.
Il ragionamento è solido. Perché investire in un fondo obbligazionario tradizionale tassato quando un Pir con caratteristiche simili offre un vantaggio fiscale? Si potrebbe obiettare che il primo è più diversificato. Vero, ma anche il secondo non investe esclusivamente nel comparto delle Pmi. C’è comunque un margine di scelta.
Fonte: Il Sole 24 Ore



